La via della cozza
Foto: Ayman Youssef Testi: Pietro Beghelli, Alberto Della BeffaQuarto giorno di tour, dopo una giornata in giro per Ravenna rientriamo a casa di Ulisse, local di Rimini che ci sta ospitando in sette rinunciando completamente a buona parte di casa sua. Pata (Stefano Sorio n.d.r.) ci raggiunge
lì con cinque chili di cozze raccolte da lui stesso, mentre le puliamo e cuciniamo un pentolone di spaghetti, ci
racconta la sua vita lì, dopo aver deciso di seguire questa via poco gettonata tra i ventiduenni d’oggi. Con la sua
calma soprannaturale ci spiega come la routine lavorativa non dipenda né da lui, né dal suo capo, ma dal mare che decide quando e per quanto dovrai lavorare senza cazzeggiare, della soddisfazione di fare le cose con le mani, come vengono fatte da migliaia di anni e di quanto grosse possano crescere le cozze se ce le si dimentica appese o le si lascia vivere per conto loro in natura.
Le più grosse che ha trovato ci dice fossero grosse quanto la sua mano aperta, che se fossero quelle che ci ha portato questa sera probabilmente ce ne basterebbe una a testa e ci servirebbe il coltello. Dopo due pregiatissimi etti di spaghetti e cozze a testa e qualche buta di bianco, sveniamo.

Si chiamava Enrico, e veniva dal nord. Da un paese dove l’aria profuma di benzina e neve, a seconda della stagione. Era sceso in Riviera Romagnola per raccogliere cozze. Non c’era niente di romantico in quella scelta. Gli piaceva solo l’idea di tirare su qualcosa con le mani, senza moduli da compilare, senza uffici che odorano di toner.
La mattina in cui tutto successe il cielo era di un grigio pulito. Il mare sembrava stirato da una madre ansiosa. L’equipaggio non aveva voglia di parlare. Enrico nemmeno. Uscirono in barca. Remavano poco, il motore faceva il resto. Tutto normale finché il fondo non scricchiolò. Un sobbalzo. Un urto sordo. La barca si fermò come se avesse sbattuto contro una storia più grande di lei.
«Ci siamo incagliati,» disse uno dell’equipaggio, già stanco. Ma non era sabbia. Non era roccia. Era… Una cozza.

Grande come un isolotto. Nera, lucida, immobile. E del tutto viva. Gli altri si sdraiarono su quel guscio gigante. Dissero che un riposino non avrebbe fatto male. Enrico non aveva sonno. Girò intorno alla cozza. Le diede un colpetto con la punta dello stivale.
«Lo so che sei sveglia» disse.
La cozza si aprì. Lentamente. Come una porta pesante. «I ragazzi come te,» disse la cozza, «non sanno mai perché se ne vanno. Ma sanno sempre perché non tornano.»
La voce somigliava a una radio sintonizzata male.
Ma calma. Antica.
Enrico si guardò intorno. Il mare era fermo. L’equipaggio russava piano.


«Perché non tornerei?»
«Perché hai paura di sederti. Di diventare un mobile.
La sedentarietà uccide più dell’acqua stagnante.» La cozza chiuse il guscio per un momento, poi lo riaprì. «Hai mai visto Tempi moderni?»
«Sì. Credo.»
«E allora lo sai. Nessuno vuole essere un pezzo d’ingranaggio.»

Enrico annuì. Era vero. Al nord si sentiva proprio così: una vite, una rondella, una cosa che non si nota finché non cade. «Sono venuto qui per lavorare. Lavoro semplice. Pesante. Vero.»
«E allora perché sembri già stanco?» chiese la cozza. Enrico non rispose. Non sapeva come dirlo, ma sentiva che anche il mare poteva diventare una scrivania, se uno ci rimaneva troppo.
«Il problema dei giovani,» disse la cozza, «è che vogliono muoversi senza muoversi. Come in Easy Rider. O come nei libri dove tutti fuggono ma nessuno sa da cosa.»
«E tu che ne sai di film e libri?»
«Sono una cozza. Restare ferma mi ha fatto leggere il mondo. Passo dopo passo. O onda dopo onda.» Si richiuse di nuovo, poi aggiunse: «Tu vuoi fuggire dalla sedentarietà. Io voglio fuggire dal movimento.»
Enrico rise. Una risata corta e pulita.



«Vuoi cosa?»
«Fare un salto in terra ferma. Conosco qualcuno. Una ragazza. Figlia del padrone della piadineria lì vicino. La vedo da anni. Mi pare dolce. Profuma di farina anche quando piove.»
Enrico lo trovò assurdo, ma non poi così assurdo. Gli assomigliava. Anche lui si era mosso per un desiderio strano e senza forma.
«E cosa dovrei fare io? Restare qui al posto tuo?»
«Saresti a contatto con il mare. Non ti sederebbe mai del tutto. E poi… Le cozze vivono in gruppo. Non saresti solo.»
Enrico guardò l’orizzonte. Pensò alla casa del nord. Pensò al padre che gli diceva sempre di “trovare una cosa e farla bene”. Pensò che forse stava cercando una cosa che non voleva essere trovata.
«Come faresti tu a viverci, sulla terra?»
«Imparerei. Le cozze imparano in fretta. E poi, se riescono i personaggi dei romanzi, a reinvestirsi in due pagine, posso farlo anch’io.»
«Reinventarsi.»
«Esatto.»

Il mare era diventato liscio come un vetro. L’equipaggio ronfava come se stessero dormendo su una nuvola calda. Tutto sembrava possibile. Anche il ridicolo. Anche lo scambio. La cozza allungò quel poco che poteva. Come se volesse dargli la mano.
«Che ne dici?»
Enrico non ci pensò troppo. Forse aveva già deciso da settimane senza saperlo.
«Va bene,» disse. «Facciamo cambio.»


La cozza si chiuse. Poi si aprì di colpo. Un bagliore umido riempì l’aria. Enrico sentì il corpo farsi leggero. Poi pesante. Poi ancora leggero. Quando riaprì gli occhi era attaccato a una piattaforma di corde, circondato da altre cozze che mormoravano come vecchie zie gentili. Vide la cozza gigante — ora rimpicciolita — che dondolava verso la riva con un’aria quasi timida. Come uno che va al suo primo appuntamento serio.
Enrico non provò paura. Né rimpianto.
Il mare lo accarezzava senza pretese. Le altre cozze lo salutarono. Era parte della colonia.
E per la prima volta dopo anni, non si sentì un ingranaggio.
Si sentì… fermo. Ma mai fisso.
E andava bene così.
► Guarda il video La via della cozza di Alberto Della Beffa.
Voce senza volto. Scrive dall'ombra non per nascondersi, ma perché le parole pesino da sole, nude sulla pagina.
Albi da quindici anni cerca di rendersi utile nello skateboarding, occupandosi di filming e costruzione di skatepark. Ogni suo trick chiuso è frutto di una battaglia. Se vi chiede di filmargli un trick su un china bank, scappate.