M4, ovvero la blu
Foto: Ayman Youssef Testi: Edoardo PeruzziQuando abbiamo iniziato a parlare della Blu non c’era nessun piano preciso, nessuna idea mega strutturata o la sensazione di stare creando qualcosa di importante. Era una di quelle sere normalissime in cui non stai facendo niente di utile se non bere una birra e parlare con gli amici. A un certo punto, tra una cazzata e l’altra, salta fuori l’idea. “Ma perché non filmiamo tutti gli spot della Blu?” Fai un altro sorso, ci pensi due secondi e quella che sembrava una stronzata da fine serata diventa improvvisamente una certezza. “Sai che ti dico Chiole? Facciamolo.” Ed è strano pensarci adesso, perché riguardando tutto il progetto viene quasi da immaginare chissà quale programmazione ci potesse essere dietro. In realtà no.

La verità è che, come al solito, tutto è nato nel modo più spontaneo possibile. Un gruppo WhatsApp, un po’ di sano sbattimento organizzativo, due filmer, due fotografi, gente che si aggrega di volta in volta e un sacco di pomeriggi passati a skateare lungo una linea della metro che pian piano è diventata una routine settimanale. Che poi forse è proprio quello il punto. Non è mai sembrato un “progetto” nel senso classico della parola. Nessuno si comportava come se stessimo lavorando a qualcosa di serio. Non c’erano call, non c’erano programmi troppo rigidi, non c’era quella pressione che spesso ammazza le cose ancora prima di iniziare davvero. C’era semplicemente la voglia di uscire, skateare, vedere posti nuovi e passare del tempo insieme.

Di Matte (Rey, n.d.r.) c’è poco da dire perché chi lo conosce ha già capito tutto. Si gasa a skateare gli slappy come un bambino, ha quel mix strano tra testardaggine valdostana e attitudine da uno che certe cose le farebbe anche senza un progetto per cui filmare. È uno che gli sbatti organizzativi se li accolla naturalmente e riesce a tenere insieme tutto senza far pesare mai niente. All’inizio era facile capire chi sarebbe stato parte della cosa. Chiole ovviamente, i boys dello shop per forza (Hector MC, n.d.r.), Giorse, Tia (Turco, n.d.r.), poi pian piano sempre più persone. Ed è stata forse la cosa più bella da vedere. Nessuno doveva convincere nessuno. Bastava scrivere sul gruppo “Si spotta?” e nel giro di poco comparivano macchine, birre calde nello zaino, tavole lanciate nei bagagliai e gente pronta a girare mezza Milano per una session di due ore prima del buio.

Ayman è un fotografo della madonna, egiziano di origine e tedesco nel ritmo delle bevute. Ama la birra, le tavole shapeate e odia chiunque filmi in fisheye mentre lui sta scattando. Olla poco, ma ogni tanto tira fuori un Nollie Flip che basta a ricordarti che potrebbe skateare meglio di quanto ha voglia di fare.

Chiole invece è una di quelle persone che sembrano creative in qualsiasi cosa facciano. Talentuoso sulla tavola e dal senso dell’umorismo completamente deviato, giochi di parole terribili e vignette scabrose disegnate ovunque. Uno di quelli che riescono a dare personalità a qualsiasi progetto senza neanche provarci troppo.

Giorse è sostanzialmente un vichingo. Ama andare veloce, skateare le robe grosse e la paura della botta vera sembra non averla mai avuta. Quel tipo di skater che quando guarda uno spot non pensa “Si può fare?” ma direttamente “Quanto forte riesco a tirarlo?”.


E poi c’è Tia. Mega talento. Pop assurdo. Gli anni passano ma lui in qualche modo non invecchia mai. Resta sinceramente uno dei miei skater preferiti di sempre, oltre che un artista della madonna.

Ed è proprio questo a cui ancora oggi mi fa strano ripensare. Perché oggettivamente alcuni spot della Blu non hanno niente di così speciale. Alcuni sono grezzi, alcuni sono bruttini, altri magari li skatei dieci minuti e hai già visto tutto. Non stiamo parlando di architettura rivoluzionaria o di luoghi che cambieranno la storia dello skateboarding. Eppure in qualche modo tutto ha funzionato lo stesso.
Forse è il fatto di mappare qualcosa. Forse è la sensazione di stare costruendo piano piano una specie di geografia della città che cambia sotto i nostri occhi. Forse semplicemente il gusto di esplorare. Ma più probabilmente il fatto che ogni spot diventava una scusa per stare insieme. Alla fine la Blu è diventata quello. Una scusa perfetta. Perché nello skateboarding succede una cosa strana: a volte passi più tempo a cercare il feeling giusto che a skateare davvero. Ti ritrovi dentro dinamiche dove tutto deve essere produttivo, tutto deve essere performante, tutto deve portare a qualcosa. Il trick grosso, la clip grossa, il video giusto, il repost, il tour, il risultato finale. E senza neanche accorgertene inizi a vivere le session come se dovessero sempre dimostrare qualcosa.

Con la Blu invece quella sensazione spariva quasi subito. Si usciva senza troppe aspettative. Magari ci si trovava a skateare un muretto del cazzo per due ore ridendo come scemi. Magari si facevano chilometri per uno spot che poi era impraticabile. Magari si chiudeva una clip incredibile oppure non si filmava assolutamente niente. Ma non cambiava davvero l’umore della giornata. Ed è lì secondo me che questo progetto ha trovato il suo senso vero. Perché più che un video o una raccolta di spot, la Blu è stata una specie di promemoria. Un modo per ricordarci quanto è bella la parte più semplice dello skateboarding. Quella dove non conta troppo cosa fai ma con chi lo fai. La voglia di prendere la tavola e uscire senza sapere bene cosa succederà. Le corse tra uno spot e l’altro prima che faccia buio. Le birre bevute seduti per terra aspettando qualcuno che chiudesse un trick. Le discussioni inutili sui rail. Le macchine riempite di zaini e puzza di scarpe. Le serate finite a mangiare qualcosa tardissimo parlando di spot come se fossero questioni importantissime. Si potrebbe parlare per ore del granito usato negli spot, che in qualche modo è diventato il filo conduttore estetico di tutto il progetto. Si potrebbero fare discorsi sulla città, sull’urbanistica, sul fatto che certe fermate sembrano disegnate apposta per essere skateate. Si potrebbero anche intervistare passanti random chiedendo cosa pensano di un gruppo di persone che passa i pomeriggi a lanciarsi giù dai muretti vicino alla metropolitana. Ma sinceramente credo che il centro di tutto non sia mai stato quello. La cosa più importante sono state le connessioni.

Perché in un anno e mezzo di skateshop succede una roba che magari all’inizio nemmeno ti aspetti. Persone diverse iniziano a frequentarsi sempre di più, si crea una quotidianità strana fatta di giornate lente, chiacchiere inutili, session improvvisate e tempo condiviso. E senza accorgersene quello che era semplicemente un negozio diventa un punto d’incontro vero. La Blu secondo me nasce anche da lì. Dal fatto che a una certa smetti di essere semplicemente gente che skatea nello stesso posto e diventi un gruppo di amici che ha voglia di fare cose insieme. E quella roba non può essere davvero programmata. Puoi organizzare i tour, decidere gli spot, pianificare le giornate di filming, ma il divertimento vero arriva quasi sempre nelle parti che non avevi previsto. Succede quando qualcuno manda un messaggio sul gruppo alle tre del pomeriggio dicendo “Oh mission oggi?” e nel giro di mezz’ora parte una sessione completamente inutile che però finisce per diventare una delle giornate migliori del mese. Succede quando perdi più tempo a ridere che a filmare. Succede quando torni a casa distrutto senza nemmeno sapere se hai fatto qualcosa di davvero produttivo ma con quella sensazione addosso che ti fa dire “Beh c’è la siamo goduta”. Ed è una cosa che crescendo rischi pure di dimenticarti. Perché a un certo punto tutto sembra doversi trasformare in qualcosa di serio. Anche lo skate. Anche le passioni. Anche il tempo libero. Invece la Blu ci ha ricordato che a volte la parte più bella è proprio quella inutile. Quella spontanea. Quella che non serve a niente se non a stare bene. E forse è anche per questo che il progetto è riuscito a coinvolgere così tanta gente senza sforzarsi troppo. Perché non chiedeva niente a nessuno. Bastava esserci. Prendere la tavola, uscire di casa e raggiungere gli altri da qualche parte lungo una linea della metro. Il resto succedeva da solo.
Quindi sì, se volete sapere degli spot guardatevi la mappa, le foto e il video. Sono tutti lì. Ma se volete sapere davvero cos’è stata la Blu allora dovreste chiedervi quante birre ci siamo bevuti seduti sui marciapiedi, quante volte siamo arrivati tirati all’ultimo spot prima del buio o quante giornate sono iniziate senza aspettative e finite con qualcuno che rideva piegato in due per una cazzata. Perché alla fine il bello dello skateboarding forse è ancora tutto lì. Nelle persone che ti fanno venir voglia di uscire anche quando non hai voglia di fare niente. Nel messaggio “Si spotta?” E nel fatto che la prossima volta, invece di stare a leggere tutto questo, magari venite con noi.