Dalla lana al cemento
Foto: Alberto Della Beffa, Tommaso Parise Testi: Alberto Della BeffaDa un po’ di tempo negli spot di Torino hanno cominciato a comparire delle nuove strutture skateabili. Incuriositi abbiamo contattato Fabio Cipolla, skater e artista di Gorizia, nonché autore degli interventi, per farci spiegare le sue opere. Trasformando il volume del proprio corpo in installazioni, Fabio indaga il dialogo tra corpo, spazio e materia usando anche lo skateboarding come chiave di lettura.

ADB Cosa ti ha portato a utilizzare il tuo corpo come strumento di misura e di costruzione, invece di considerarlo soltanto come qualcosa che si trova davanti all’opera? Cosa cambia nel fatto che il volume nasca dalle dimensioni del tuo corpo e non da una misura astratta?
FC Ho sentito il bisogno di smettere di considerare il corpo come un semplice spettatore e di iniziare a utilizzarlo come punto di origine dell’intero processo creativo. Usare il mio corpo significa superare l’idea di una misura astratta e mettere in gioco una presenza fisica e concreta. In questo modo, l’attenzione si concentra sul qui e ora: sul respiro, sull’equilibrio, sul peso reale e sul modo consapevole, spontaneo e responsabile con cui si occupa uno spazio. Progettare un volume partendo dalle dimensioni reali del mio corpo modifica profondamente l’opera, che diventa una sorta di organismo aperto. Chi si trova davanti alla scultura entra così in contatto diretto e quasi viscerale con l’impronta lasciata da un altro corpo.

ADB Il parallelepipedo sembra essere una costante nel tuo lavoro: è una gabbia, un modulo o un punto di partenza da deformare? E perché a volte è dritto e altre volte piegato? Cosa determina la piega?
FC Il parallelepipedo rappresenta una struttura, un perimetro all’interno del quale mi posiziono per affermare una presenza. Più che una gabbia, lo considero un modulo che mi permette di intervenire nello spazio, ma anche di essere modificato da esso. Questo riflette la postura che cerco di assumere come scultore: disegnare lo spazio sintetizzando le diverse posizioni che il mio corpo assume. Cerco un baricentro, sia fisico sia mentale, che si traduce direttamente in una forma. Per comprendere la ragione della piega, si può immaginare il modo in cui si muoverebbe un bruco alla ricerca dell’equilibrio. Senza poter utilizzare gli arti per spostarci, dovremmo infatti strisciare e piegarci, proprio come farebbe una superficie.

ADB Dalla lana al cemento: cosa cambia nel rapporto con il corpo e con chi entra in relazione con l’opera? E tra un’installazione realizzata in strada e una presentata in galleria cambia il modo in cui concepisci la forma oppure cambia soltanto il pubblico che la incontra?
FC La lana è un materiale morbido e intimo: avvolge, assorbe e mi richiama alla mente l’infanzia e l’idea del prendersi cura. Il cemento, al contrario, è brutale, pesante e diretto; tende a respingere. Il cambiamento del materiale comporta quindi anche un cambiamento nella modalità di interazione con l’opera. Tra la galleria e la strada non cambia soltanto il pubblico, ma anche l’insieme delle regole. In galleria l’allestimento delle opere che posso esporre tende a essere protetto.
FC In strada, invece, ho riscoperto un approccio completamente diverso: la forma diventa un soggetto esposto al rischio. La scultura diventa una superficie che può essere toccata, graffiata e modificata con gessetti, tag e ruote. Si trasforma in un punto nel quale può accadere qualcosa. Non si comporta più come un monumento, ma diventa un pretesto per l’incontro e per una continua trasformazione.

ADB Quanto influisce lo skateboarding sul tuo modo di pensare la relazione tra corpo e forma? E quando progetti un’installazione che può essere utilizzata dagli skater, cosa cambia rispetto alla progettazione di un’opera che non deve essere “usata”?
FC Lo skateboarding è innanzitutto una pratica radicale di riscrittura dello spazio. Ti insegna a superare la funzione originaria dell’architettura per individuare al suo interno una linea, un’estensione del movimento dello skater mentre esegue un trick. Quando realizzo una scultura skateabile, non sto più creando un oggetto statico da contemplare a distanza. Sto progettando un’infrastruttura di contatto, una struttura che deve essere in grado di sopportare pesi e colpi. Valdo Fusi ha suscitato fin da subito il mio interesse e mi ha permesso di sviluppare la mia prima scultura nello spazio pubblico. Ho sfruttato il contesto già presente nella piazza, riprendendo l’estetica delle rampe esistenti, realizzate in cemento armato con angolari in ferro. In questo modo la scultura ha potuto integrarsi con gli altri elementi urbani, arrivando quasi a mimetizzarsi con essi.
ADB C’è una domanda che avresti voluto che ti facessero e che invece nessuno ti pone mai?
FC “Cosa sente la scultura quando rimane sola e immobile, vulnerabile alle interazioni fisiche con altri corpi?” Considerare il blocco come una materia viva trasforma l’atto plastico in una forma di ascolto e di cura. È proprio in quel momento che l’opera smette di essere soltanto mia e diventa parte del mondo. La scultura sente l’impatto secco di un truck che la incide, la pressione di un corpo che le salta sopra, il peso che la attraversa e il contatto che ne modifica la materia. In questa vulnerabilità non c’è sofferenza, ma un atto di accoglienza totale. È la stessa dinamica che lega uno skater allo spot: un luogo che lascia un segno su di te e sul quale, a tua volta, lasci un segno. Quando tutti se ne vanno, la scultura non è abbandonata: rimane presente. Continua ad ascoltare e a conservare la memoria di ogni corpo che è entrato in contatto con essa, che si è scontrato e fuso con la sua materia. La scultura resiste.

Albi da quindici anni cerca di rendersi utile nello skateboarding, occupandosi di filming e costruzione di skatepark. Ogni suo trick chiuso è frutto di una battaglia. Se vi chiede di filmargli un trick su un china bank, scappate.