Non si skatea scalzi
Illustrazioni: Woc Testi: Pietro Tirelli, Woc
PT Volente o nolente, uno skateboarder ha sempre avuto bisogno delle scarpe per andare a skateare. Tanto quanto ha bisogno della tavola. Su questo non ci piove. Che sia un appassionato, collezionista, fan sfegatato, skate-rat o modaiolo, o che non gliene freghi proprio niente di cosa ha ai piedi, o che non abbia i mezzi economici per acquistare l’ultimo modello, non si skatea scalzi. Punto.
Ora, quali queste specifiche calzature siano, o siano state, e perchè, beh dipende. Innanzi tutto, la scarpa da skate è un bene di consumo. Letteralmente.
Per spiegarci meglio, non è lo scarponcino da montagna che durerà i prossimi quattro inverni. Se ti dura quattro inverni è perchè non skatei da quattro anni.
Allo stesso modo è, o almeno dovrebbe essere, una calzatura tecnica, fatta PER lo skateboarding, o comunque con delle caratteristiche basilari riconducibili alla scarpa da ginnastica.
PT Come si è arrivato davvero a questo punto? Beh io non ne avevo nessuna idea, per questo ho fatto due chiacchiere con alcune persone che questa parabola, da punti di vista ed esperienze diverse, se la sono vista abbastanza tutta: Noyz Narcos, rapper di fama internazionale e writer romano, cresciuto nella scena underground tra skaters e graffiti. Giorgio Zattoni, skater emiliano, seconda persona (dopo Tony Hawk) ad aver chiuso un 900 sulla vert ramp, ha skateato per marchi come Airwalk, Vans, Bones Brigade e Powell Peralta. Gaspare Gentile, skater romano con il suo bagaglio di esperienze in America e la sua passione per collezionare Jordan.
NN Pensando alla scarpa da skate mi viene in mente la scarpa con il glue sopra, ti ricordi quando si metteva quella sorta di colla? Vedevo sempre lo skater avere il lato della scarpa ricoperto di questa plastica trasparente. Mi ricordo le vecchie Etnies tutte sformate, o i lacci rotti riannodati ad ogni buco piuttosto che venir cambiati. Ecco per me la scarpa da skate é quella devastata dalle skateate. Mi vengono in mente i miei amichetti, che poi son diventati il mio crew di graffiti, che facevano tutti skate, e al tempo le scarpe costavano care e la gente non era sponsorizzata, quindi una scarpa da skate finché non era completamente aperta e devastata la skateavano sempre, capito?
Però eravamo tutti in fissa con le scarpe, viste nei video di skate, musicali o addosso a giocatori di basket. Che fosse la scarpa da skate o la nuova scarpa da basket facevi di tutto per averla. Cercavi di sudarti trecentomila lire per comprarla. Altri se le rubavano! Le scarpe da skate forse meno in verità.

A Roma c’erano un paio di negozi di skate presi di mira dagli skater, però spesso nel negozio ci lavorava un tuo amico quindi era difficile. Si rubavano a Foot Locker. C’era questo trick di alcuni geni che avevano scoperto che nei due primi Foot Locker a Roma, in via Condotti e via Del Corso, distanti trecento metri l’uno dall’altro, mettevano in esposizione la scarpa destra in uno e la scarpa sinistra nell’altro. Una volta scoperto questo fatto, da quelle esposte uno si rubava la destra in via Del Corso e la sinistra in via Condotti e se facevano il paio così.
Mi ricordo queste scarpe talmente grosse che tanti tagliavano una linguetta da un altra vecchia scarpa devastata per infilarla dentro a quella nuova, in basso di modo di tenerle belle aperte col linguettone di fuori, per tenerle larghe e farle stare su. A Roma lo facevamo proprio con tutte, per tenerle belle larghe e con la bombatura. Un tipo di scarpa che poi è diventata un po’ da rave no? Le chiamavamo pagnottelle giù a Roma.
Quand’ero ragazzino se per caso sull’autobus vedevo qualcuno con delle scarpe del genere e un felpone Carhartt col cappuccio, incominciavo proprio a pensare “Chi è questo?”, nemmeno “Cosa fa questo”. Quando vedevo un tag che mi piaceva nella mia zona e mi chiedevo chi poteva essere ad averlo fatto, e poi vedevo un tipo vestito così sempre sullo stesso tram facevo due più due. Era talmente poca la gente che si distingueva, che io potevo sicuramente andare li a chiedergli “Ciao fai graffiti? Io sono Emanuele Noyz, tu che cosa scrivi?”. Adesso non è che puoi andare da uno e chiedergli: “Scrivi?” o “Fai skate?” perchè probabilmente quello si veste così ma non è mai andato sullo skate. Prima uno che skateava o faceva i graffiti lo vedevi da un chilometro.
Tante cose prima potevano diventare proprio una bandiera, se indossavi quella cosa lì era come se indossassi una toppa di un partito politico. Se vedevo uno con una scarpa così, potevi essere solo che uno skater. Non c’era un’altra ragione per cui una persona non “addetta ai lavori” si sarebbe messo quelle scarpe.
PT Io stesso mi ricordo, all’inizio della mia adolescenza, di aver ricevuto appellativi come squatter, fricchettone o addirittura barbone, perchè rispondevo ad un estetica ancora quasi sconosciuta, forse poco ortodossa. Appellativi che non ho mai più sentito, se non dalla bocca di vecchi ottusi che li hanno sentiti alla televisione. Interessato o meno all’immagine che uno da di sé, la maggior parte delle persone ti squadrano sempre dalla testa ai piedi prima di farsi un’idea, e ai piedi hai le scarpe. Che fosse per la minore reperibilità o per i prezzi elevati, negli anni Novanta in Italia la scarpa da skate non la vedevi sopra a chiunque. Non solo era una “necessità” tecnica, per non skateare con le Clarks o le Superga, ma una vera dichiarazione d'identità. Identità che, come nell’Hip Hop o nell’arte, è fatta di creatività, desiderio di non conformarsi e di modificare lo spazio, quello attorno a sé stessi e quello personale. Modifiche che si esprimevano anche nel modo di indossare le scarpe, come per estetica così per funzionalità.
Negli ultimi anni però, l’idea della scarpa da skate più legata al suo utilizzo tecnico per assurdo si è quasi perso. Ora essendo generalmente più legate al marchio o alla moda, sappiamo bene tutti quali sono le scarpe da skate. Che uno le usi o meno per quel proposito è passato in secondo piano se si pensa all’oggetto di per sè. Perchè? Come qualsiasi altro trend nato per una specifica nicchia, poi inflazionato e venduto al grande pubblico, così l’identità hardcore del trend stesso è andata a sbiadirsi. Il fatto che la scarpa da skate sia stata appunto concepita per il proposito di essere skateata, dal fattore moda e marketing si torna poi ad un sentimento individuale, del singolo utilizzatore. Un esperienza fisicamente più vicina alla scarpa stessa non può che marchiare il rapporto e l’idea che uno ne ha. Così che dal semplice atto di acquistare una scarpa da skate ne esce poi una storia che rimane ancora. Tutti gli skater quasi sicuramente si ricordano il loro primo paio di scarpe da skate, o almeno il loro preferito.

Quando ho chiamato Giorgio Zattoni per chiedergli un po’ della sua esperienza, mi ha detto che:
GZ Un tempo se trovavo un modello con cui mi trovavo bene usavo sempre quello, anche se smettevano di farlo, trovavo un modo per farmelo fare, per portarlo avanti. E’ una questione proprio di sensibilità. Una volta che prendi una certa sensibilità con un tipo di scarpa, cambiarla modificava proprio la percezione di come facevi certe cose, di come sentivi la tavola sotto i piedi. Penso che sia anche una cosa molto legata alla psicologia. Quando metti una cosa nuova non sai bene come risponde, se va bene o male, se grippa bene o no. Ogni scarpa ha comunque un feeling diverso sulla tavola, è una cosa che senti.
Effettivamente la capacità di uno skater di non pensarci e adattarsi in poco tempo è una qualità che alcuni hanno e altri no. Prima anche se mettevo il modello con cui mi trovavo meglio, le prime tre o quattro skateate andavano male, dovevano ammorbidirsi, ora le metto così. Skaterei con una scarpa nuova tutti i giorni se potessi. E’ sempre tutta psicologia.
Era frequente quando skateavo tanto in halfpipe, e magari provavo delle cose difficili, che io pulissi dalla polvere la suola della scarpa prima di ogni tentativo. Volevo avere la sicurezza che il grip della scarpa fosse sempre uguale, e la precisione era legata tutta al tipo di skateboarding che facevo. Abituati a skateare rampe di metallo, che si impolverano tantissimo, fin da piccolo facevo così per non sporcare il grip.
Anche il fattore estetico è poi comunque funzionale. Ho sempre fatto fatica ad usare una scarpa tutta nera sul grip che è nero. Mi da quasi fastidio, non fa contrasto. La scarpa tutta bianca che vedi bene e fa contrasto sulla tavola a me piace un casino. Il fatto estetico quindi è anche funzionale.
Trovo che, al di là dell’estetica, sia cambiata molto anche la percezione del valore dell’oggetto. Adesso è cosa usa-e-getta. Una volta erano molto meno abbordabili. E poi erano davvero un pezzo d’arte.
Per esempio le prime Airwalk erano particolarissime, si distinguevano dalle scarpe da ginnastica normali. Erano speciali come poi il rapporto che ci sviluppavi attorno. Le consumavi fino alla fine, e le portavi dal calzolaio, ti facevi rifare la suola, poi sfondavi ancora la suola e ci facevi tu una pezza sotto, e poi ci incollavi la camera d’aria per farci un’altra toppa. Le portavi all’estremo, alla fine, perchè non volevi buttarle via, in qualche modo ti ci affezionavi, per il costo che avevano e per quanto le usavi. Adesso non si usa più, nemmeno con le tavole.
A chi è rimasto qualcosa di quegli anni, è davvero rimasto un pezzo d’arte, e soprattutto un bellissimo ricordo, sia le tavole così come le scarpe. Un cimelio. Comunque la scarpa da skate ha fatto la storia dell’evoluzione delle sneakers. Ormai è una scarpa che usa chiunque.
PT Le scarpe che indossi sono senza dubbio parte integrante dell’immagine, dell’estetica che comunichi all’esterno. Come per qualsiasi altra moda o prodotto di abbigliamento, le varie estetiche e stili sono cambiati e si sono più o meno evoluti nel tempo. Dalle prime scarpe fatte appositamente per lo skate, alle scarpe da basket, le “pagnottelle” e via dicendo, c’è sempre stata un appropriazione e ricambio verso l’esterno, culturale e di stile.
La questione dell’appropriazione, se la si guarda dal punto di vista del marketing, ha perfettamente senso. Un movimento così grosso e importante come la cultura dello skateboarding ha fatto e fa gola a molti perchè ovviamente vende. Uno dei modi in cui questo scambio si esprime è quello che poi è diventato il vero e proprio culto della collabo. Mettere due cose che apparentemente non hanno troppo in comune e farla diventare una cosa sola. Personalmente, come qualsiasi altro atto di inclusione, non la trovo una cosa negativa, ma anzi un’aggiunta, un di più. E non credo che sarà questo tipo di prodotto a poter cambiare quella che effettivamente è l’estetica e l’attitudine dello skater.

Al telefono, Gaspare Gentile mi ha raccontato:
Io innanzi tutto sono partito dall’Hip Hop, prima ancora dello skate, e come sai nell’Hip Hop una cosa fondamentale sono le scarpe. Se nasci nell’Hip Hop nasci già in fissa, dai Run DMC con le Adidas Superstar. Poi dalla musica mi sono ovviamente avvicinato al basket. E nel basket c’era Michael Jordan, che era un idolo di quell’epoca. Fin da piccolo quindi appassionato alle due cose, iniziai a comprarmi quel tipo di scarpe, che erano comunque già l’oggetto di culto di questi due mondi.
Quando Jordan fece la sua prima scarpa, coi colori dei Chicago Bulls, fu bannata dall’NBA perchè le scarpe dovevano essere solo bianche. Se vedi il video Bones Brigade usavano tutti la Jordan 1. Hosoi, Lance Mountain, usavano quella scarpa perchè non costavano niente, le trovavi svendute al mall e negli outlet. Li è quando vidi per la prima volta quelle due cose assieme.
Poi col tempo anche Nike si è lanciata sullo skateboarding, aveva un bel team ma soprattutto iniziò a fare del marketing molto intelligente con le collaborazioni. Scarpe che dopo anni costano migliaia di euro. Personalmente però, nonostante io collezioni sneaker, a quelle non mi sono mai interessato, proprio perchè erano scarpe da skate. Ci skateavo e basta. Per me la scarpa da skate non è una sneaker. La sneaker è la Jordan o una Air Max.
Adesso c’è un sacco di gente con le scarpe da skate, che non skatea e le considera sneakers, la Dunk SB è una scarpa da skate, le comprano e le rivendono e stanno dietro ad aste. Il collezionismo io lo vivo perchè sono appassionato alla Jordan e al basket, mi piacciono le cose vintage, i jersey, i cappellini e i poster. Tutte cose che bene o male ho già comprato negli anni, quindi a questa nuova ossessione per le Nike SB non sono interessato. Anche quella moda probabilmente ad un certo punto finirà. Come ne sono iniziate e finite altre.
In tutti questi anni ho comunque visto che lo skater è sempre stato quello che si inventava tante mode, e di conseguenza tanta gente ha preso lo spunto da quello. Lo skater ha affascinato sempre tutti. Stilisticamente è sempre stato avanti. Un figo. Dai registi del cinema agli stilisti hanno sempre preso spunto dagli skaters. E di conseguenza anche il marketing e il mercato si è basato su quello, però è stato un processo sottinteso.
Ora è Travis Scott che si mette una Nike SB di vent’anni fa e allora tutti i pischelli la vogliono e Nike fa una collaborazione con lui, ma la Nike SB e lo skateboarding esistevano da molto prima della trap e di Travis Scott, e ci saranno anche dopo.
PT Se le mode e il mercato cambieranno o resteranno come sono, gli skater esisteranno sempre e manterranno la loro identità da tali, indipendentemente dal modo in cui quest’immagine verrà venduta o sfruttata. Come è vero che un capo di abbigliamento può essere un manifesto, un manifesto è comunque scritto dall’esperienza e dalla passione. Che siano le “pagnottelle”, gli stivali da cowboy o l’ultimo grido della tecnica, non puoi skateare da scalzo.
Pepe scrive e cura le illustrazioni di Fotta. Lo fa quando non è a Parigi a frequentare il jet set, in tour a fare il pro skater, o in generale a fare la rockstar. Dietro ai tatuaggi nasconde un animo gentile, che colleziona macchinine e pedali per la chitarra.